Fantasy, Letteratura

Cinque libri “fantastici” da leggere in quarantena

Un virus misterioso che viene da oriente, controlli pressanti, città isolate, supermercati vuoti e stazioni prese d’assalto. Purtroppo non si tratta del sequel di Contagion, ma di una situazione che dal febbraio scorso sta sconvolgendo il mondo e in particolare, in questi ultimi giorni, l’Italia.

Complice una cattiva informazione e controlli del tutto assenti, il Covid-19 (familiarmente noto come coronavirus) ha infettato sino ad oggi oltre 19.000 persone su tutto il territorio italiano. Tra le misure di prevenzione per evitare l’ulteriore diffusione del contagio, è prevista una quarantena casalinga di 14 giorni da parte di chi ha contratto il virus, ma per tutti è consigliato caldamente di uscire il meno possibile.

Per ammazzare il tempo tra una sessione di smart working e l’ennesimo aggiornamento tv sul coronavirus non c’è nulla di meglio che la lettura di un buon libro. Non sapete quale scegliere? Eccovi, allora, cinque titoli, per la maggior parte fantasy.

1) Ventimila leghe sotto i mari – Jules Verne

Uno dei romanzi del celebre scrittore francese, facente parte del ciclo dei “Voyages extraordinaires”, da cui sono stati tratti film, serie tv e persino un anime giapponese (Fushigi no umi no Nadia – Hideaki Anno). Si tratta di un classico che ha dato il via al filone narrativo della fantascienza. Se amate il genere steampunk e desiderate evadere, almeno con la fantasia, questo romanzo è ciò che fa per voi. Se siete in grado di leggere in francese, potrebbe essere interessante goderselo in lingua originale.

2) La torre della solitudine – Valerio Massimo Manfedi

Storia intrigante e coinvolgente, come del resto le altre opere di Manfedi. Se vi appassionano l’archeologia, la storia, i misteri alla Dan Brown, questa è una piccola chicca da non perdere.
Seguirete le tracce di un archeologo alla ricerca di una torre misteriosa protetta da curiosi popoli mitologici. Unica pecca: un finale troppo sbrigativo, ma c’è a chi piace ugualmente.

3) Orchi – Stan Nicholls

Stanchi dei soliti stereotipi del fantasy? Questa trilogia vi accontenterà, proponendovi un curioso punto di vista che si distacca dal classico schema umani contro orchi. Nella trilogia di Nicholls, gli orchi ricoprono il ruolo di protagonisti, guerrieri spietati e sanguinari, come al solito, ma stavolta impegnati a difendere il loro mondo, minacciato da un essere ancora più pericoloso: l’uomo.

4) L’antichissima gente dei monti – H. P. Lovecraft

Racconto di ambientazione storica per il celebre scrittore statunitense, antesignano delle weird fiction. I Romani, appena giunti in Spagna, vengono a contatto con una tribù montana dagli strani rituali. Ideale per gli appassionati di storia e horror.

5) Il Signore degli Anelli – J. R. R. Tolkien

Ed eccoci giunti ad una pietra miliare del romanzo fantasy. L’opera magna di Tolkien è stata sicuramente letta e riletta, ma un’ulteriore rilettura non fa mai male. Consiglio vivamente di evitare l’ultima edizione caratterizzata da traduzione una parecchio discutibile.

Forse saranno titoli che avrete già letto o che troverete non di vostro gusto, ma la scelta è ampia e una buona ricerca su google potrebbe aiutarvi a trovare quello che cercate. Buona lettura!

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Cultura, Fantasy, Letteratura

Nuova edizione del Signore degli Anelli: storia di una discutibile traduzione

Se pensate ancora che gli episodi di Neon Genesis Evangelion tradotti da Cannarsi siano da considerare una triste ma singolare pagina nel panorama della localizzazione italiana, sappiate che siete parecchio fuori strada.

Lo scorso 30 ottobre è stata pubblicata, dalla casa editrice Bompiani, una nuova edizione de “Il Signore degli Anelli”, la trilogia che ha gettato le basi del fantasy moderno. Tale edizione, oltre a sfoggiare una copertina a dir poco insolita (o almeno così appare a chi, come me, era abituato alle stupende illustrazioni di Alan Lee), si distingue per una traduzione dall’inglese del tutto nuova, curata dal traduttore perugino Ottavio Fatica.

Da un nome di tal portata ci si aspetterebbe un lavoro certosino, al passo coi tempi ma contemporaneamente fedele al testo originale, come era stato promesso dallo stesso in una precedente intervista. Tuttavia chi oserà addentrarsi nella lettura proverà esclusivamente un’amara delusione, specialmente chi aveva già letto il romanzo nella sua traduzione precedente, curata da Vittoria Alliata.

Ci si trova sicuramente di fronte ad un’edizione più snella e moderna, sebbene molti termini siano stati tradotti in maniera differente o addirittura lasciati con il nome originale. Hobbiville mantiene il nome inglese Hobbiton e Pipino torna ad essere Pippin (chissà se anche la pronuncia dovrà mantenersi in inglese), mentre il sinistro Monte Fato lascia il posto ad una curiosa “Montagna fiammea”.

Questioni di adattamento…

Sembra strano che un traduttore come Fatica abbia trascurato un passaggio fondamentale al quale è soggetto qualsiasi testo letterario destinato alla localizzazione: l’adattamento.

L’esperienza del lettore italiano che si accinge a sfogliare un testo tradotto letteralmente dall’inglese è totalmente differente da quella di un lettore madrelingua. L’adattamento consente di superare questo ostacolo, mettendo il lettore a suo agio grazie ad uno o più registri linguistici a lui familiari e soltanto quando è necessario dare un tocco esotico ci si può permettere il lusso di non adattare il testo. Prendiamo ad esempio Hobbiton: il nome della capitale della Contea è composto dal termine Hobbit e il suffisso -ton, che null’altro è se non l’abbreviazione di “town“, paese. Ad un lettore inglese risulterà immediato capire l’etimologia del nome, mentre il ragionamento non è così semplice per un non inglese. Per questo in italiano veniva adattato in “Hobbiville“, in tedesco “Hobbingen“, ecc.

Questo ovviamente Tolkien lo sapeva e non è un caso se ha deciso di dare nomi appartenenti ad un registro linguistico familiare al lettore per tutti gli elementi presenti nella Contea: voleva dare la possibilità di immedesimarsi meglio nelle minute creature ricreando un ambiente molto simile a quello domestico da cui partire per avventurarsi in luoghi remoti e inospitali dove le lingue parlate dai locali divengono sempre più complesse ed intricate fino ad arrivare all’oscuro linguaggio di Mordor parlato dagli orchi.

Il fatto che “Monte Fato” (“Mount Doom“) si chiami così non è una banalità: senza spoilerare troppo si può dire che è proprio quello il luogo dove si decide il destino dei personaggi e dell’intera Terra di Mezzo. Il fatto che si tratti di un vulcano non basta a giustificare il più che discutibile nome di “Montagna Fiammea“. Stendiamo un velo pietoso sull’ultimo avamposto elfico di Gran Burrone, che nonostante fosse stato salvato dall’arcaico e cacofonico “Forraspaccata“, ha finito con il ritrovarsi con il nome degno di una casa di riposo, “Villa Fiorita” (Ma quando mai?). Ci sarebbe da ridire anche sull’esilarante “Cavallino inalberato“. Infatti il termine “Inalberato” è troppo tecnico e meno immediato di “Impennato“, ma si può giustificare la scelta del “Cavallino” in luogo di “Puledro” in quanto la prima è la traduzione più corretta dell’inglese “Pony“.

C’è passo e passo

Vi ricordate il tizio che osserva Frodo seduto in un angolo oscuro della locanda di Cactaceo (a cui Fatica muta il cognome in “Farfaraccio“)? Quando gli hobbit protagonisti chiedono al vecchio oste il nome dell’individuo egli risponde “Grampasso“, un appellativo da perfetto agente segreto che la dice lunga sulla natura girovaga dei raminghi, di cui il tipo è un esponente. Peccato che nella nuova traduzione il nome divenga “Passolungo“, per chissà quale arcana ragione. Orecchiabilità a parte, il rischio di un malinteso semantico è incombente dato che nella lingua italiana il termine “passo“, oltre all’incedere, indichi anche un valico o comunque un percorso attraverso una catena montuosa (es: Passo Zingaro). Il lettore potrebbe quindi essere indotto a credere che Passolungo sia un toponimo piuttosto che un soprannome. Tutto ciò non può avvenire nella lingua inglese dove viene utilizzato il sostantivo “Strider“.

Aragorn, capitano dei Forestali

No, non si tratta di uno spin-off della serie tv “Un passo dal cielo“, bensì una perla della nuova traduzione firmata Fatica: i Dùnedain, che nella precedente edizione venivano chiamati Raminghi, adesso hanno assunto il nome di “Forestali“, presunta traduzione dall’inglese “Rangers“. Il traduttore ha giustificato questa scelta portando in causa la fedeltà all’originale, ma stavolta il tentativo di arrampicarsi sugli specchi è evidente.

Vero è che il termne “ranger” può essere tradotto anche come “guardaboschi/guardia forestale“, ma non si tratta dell’unica traduzione possibile. L’Online Etymology Dictionary alla voce “ranger” riporta:

 agent noun from range (v.)). Attested from 1660s in sense of “man (often mounted) who polices an area.”

Ovvero “uomo (spesso a cavallo) che pattuglia un’area per far rispettare l’ordine e la legge“, ed è palesemente questo il senso originale attribuito da Tolkien al termine “rangers” usato per definire gli ultimi superstiti di una civiltà perduta impegnati a difendere le zone dove anticamente prosperavano. Niente a che vedere con le foreste, dunque, mentre è rimarcato il carattere nomade di queste piccole comunità. Quindi Aragorn e la sua gente andrebbero correttamente definiti come “raminghi” che difendono i loro antichi territori e non certamente i nostri solerti “carabinieri forestali“.

La nuova versione della poesia dell’anello

Ciliegina sulla torta, non si poteva proprio evitare di stravolgere anche la poesia dell’anello. Per concludere, lascio al lettore il giudizio su questa nuova versione.

Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo,

Sette ai Principi dei Nani nell’Aule di pietra,

Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele,

Uno al Nero Sire sul suo trono tetro

Nella terra di Mordor dove le Ombre si celano.

Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,

Uno per radunarli e al buio avvincerli

Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.

Cultura, Sociologia

Connettivismo: è giunta l’era di uno studio multidisciplinare?

Era il 1939 e l’allora ventisettenne canadese Alfred E. van Vogt pubblicava la prima di quattro novelle fantascientifiche, poi confluite nel romanzo “Crociera nell’Infinito“. Già allora, lo scrittore profetizzava l’avvento di una disciplina scientifica apparentemente secondaria e insignificante rispetto alle altre, denominata “Nexialism“, o conosciuta in italiano come “Connettivismo“. Essa avrebbe consentito di collegare tra loro tutte le altre discipline letterarie, tecniche e scientifiche, ormai divenute troppo evolute perché possano essere padroneggiate insieme ad altre nozioni di diversa natura. Lungo la trama del romanzo di van Vogt viene sottolineata più volte la capacità del Connettivismo di semplificare e risolvere problemi sottovalutati dagli altri scienziati, troppo impegnati a rivaleggiare per ostentare la vastità delle proprie competenze in un singolo settore.

Sebbene ancora distanti dal futuro immaginato da van Vogt, assistiamo, anno dopo anno, al sorgere di nuove discipline, di pari passo con le scoperte tecnologiche. Fino a qualche anno fa, ad esempio, in pochissimi avevano le competenze per utilizzare o costruire una stampante 3D, oppure addentrarsi nel campo del social media marketing o delle criptovalute. E i recenti passi da gigante che le big companies stanno compiendo nel campo della computazione quantistica fanno già fremere gli appassionati di informatica e fisica, nonostante la maggior parte di essi non possegga neanche una laurea. Le università, specie quelle italiane, non riescono a tenere il passo e si limitano a sfornare nuovi corsi sempre più generici, affrontati da docenti non opportunamente aggiornati. Il risultato è un susseguirsi di specialisti costretti a continuare gli studi con costosi master e ulteriori lauree per riuscire a mantenersi aggiornati, a discapito di un confronto con le altre discipline nei momenti in cui un approccio multidisciplinare potrebbe fare la differenza tra la riuscita o il fallimento di un progetto.

In soccorso allo specializzando disorientato potrebbe venire una nuova disciplina che collega tra loro buona parte delle scienze, partendo dalle nozioni di base e poi via via ramificandosi in modo da far collimare le varie competenze per la corretta analisi di un problema, come fossero le tessere di un gigantesco puzzle. Sino ad ora sono comparse diverse associazioni tanto in Italia quanto all’estero ispirate al connettivismo, ma nessuna di esse ha preso in considerazione la possibilità di abbracciare tutte le discipline.

E’ dunque giunto il momento di prendere in mano le redini della situazione e gettare le basi per lo studio e l’insegnamento di un vero connettivismo, oppure è meglio continuare a procedere come un cavallo con i paraocchi? A voi l’ardua sentenza.

Cultura, Sociologia, TV e Cinema

Se il politicamente (s)corretto uccide la Commedia

(immagine in evidenza di Frank Figueredo)

Ci avevano provato con Dante Alighieri, accusato di antisemitismo e islamofobia dal “Gherush92“, organizzazione no profit consulente dell’ONU, ma senza successo. Adesso ci risiamo! La nuova vittima del politicamente corretto è l’insospettabile Apu, personaggio secondario della serie TV “I Simpson“. A muovere l’accusa è il comico statunitense di origine indiane Hari Kondabolu che con il suo documentario dal titolo “A problem with Apu” ha scatenato un putiferio negli USA, arrivando al punto da far dichiarare al produttore Adi Shankar, anche lui originario dell’India, che secondo voci di corridoio “Apu sarebbe stato lasciato cadere del tutto […] per evitare di innescare nuove polemiche“. Fortunatamente, la produzione dei Simpson per voce di Al Jean ha allontanato tali voci, asserendo che Shankar non ha nulla a che vedere con la produzione dei Simpson.

Ma cosa può aver fatto il mite e simpatico gestore del Jet Market per infastidire così tanto il comico suo connazionale? Nel suo documentario Kondabolu ha raccolto la testimonianza di diversi attori e personaggi della TV di origine indiana che sarebbero stati vittima di numerosi episodi di discriminazione in cui dei bianchi avrebbero utilizzato gli stereotipi tipici del personaggio per deriderli e umiliarli. Questo perché, secondo l’autore del documentario, Apu è caratterizzato da molteplici aspetti negativi e retrogadi della cultura indiana.

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In realtà ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco gratuito, che ha come obiettivo non solo la popolare sitcom animata, ma l’intero genere della commedia.

Sin dalle sue più arcaiche rappresentazioni nei teatri greci o romani figurano personaggi fortemente stereotipati: il buzzurro arricchito, il soldato fanfarone, il servo scaltro. Tutte figure iperboliche nate con lo scopo di suscitare nel pubblico ilarità, pietà, rabbia, ecc.
Nel ‘500 nasce la Commedia dell’Arte e con essa nascono personaggi (o maschere) associati spesso a specifiche città italiane e si tratta sempre di figure caricaturali: il saccente Balanzone, dottore Bolognese, lo sciocco servo Meneghino, con il cui nome vengono oggi ancora appellati gli abitanti di Milano, l’anziano e libertino Pantalone, l’indolente e crapulone Peppe Nappa. A proposito di minoranze culturali, come non citare lo shakespeariano Shylock, ricco usuraio ebreo o addirittura Otello che per il suo essere “moro” viene continuamente calunniato dall’infido e bianco Iago.

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Da ciò si evince che ogni personaggio della commedia ha una sua personalità esagerata che in diverse occasioni stereotipizzano una certa popolazione o una certa classe sociale. Si potrebbe pertanto dire che l’attacco ad Apu sia in realtà l’ennesimo attacco alla Commedia.

La Serie TV dei Simpson, nata nel 1987, è interamente basata sui luoghi comuni dell’americano medio e sulla classica famigliola della pubblicità che guarda unita la TV seduta sul divano composta dal padre grasso poco intelligente, la moglie attiva e dispensatrice di buoni consigli, ma non esattamente un modello femminista, una figlia genio e progressista, un figlio discolo e pestifero e una neonata che non cresce e non parla mai.

Non parliamo poi dei personaggi secondari che non risparmiano nessuna nazionalità o religione. Cosa dovremmo dire noi italiani che veniamo rappresentati dal mafioso Tony Ciccione o dal baffuto pizzaiolo Luigi Risotto? Ancora peggio è andata ai tedeschi, rappresentati dal buffo e tondo Üther Zorker col classico vestito alla bavarese. E le caricature religiose non sono da meno a partire dal devotissimo vicino di Homer, Ned Flanders, che nonostante il suo fervore cristiano e le sue preghiere si ritrova con ben due mogli morte e due figli dichiaratamente omosessuali. L’ambiguo Krusty il Clown è ebreo e per di più figlio di un rabbino e il reverendo Lovejoy, guida spirituale della comunità “presbi-luterana riformata” di Springfield ha perso la voglia di proseguire l’attività pastorale stressato dalle continue crisi etico-religiose di Ned Flanders. Insomma la sitcom di Matt Groening non ha risparmiato nessuno e per questo è stata censurata in diversi paesi, ma ha sempre raggiunto il suo obiettivo: prendere in giro tutti senza risparmiare nessuno pur di divertire il pubblico.

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Naturalmente vengono trasmessi altri cartoni animati molto più espliciti rispetto ai Simpson che non si fanno alcuno scrupolo nel rappresentare stereotipi sfociando spesso in vere e proprie gag intrise di razzismo, ma evidentemente è solo questione di tempo prima che i moralisti inizino ad accorgersene.

Dagli anni ’90 ad oggi c’è stata una vera e propria escalation di politically correctness nel mondo della tv e nel cinema, al punto di divenire una vera e propria forma di censura al pari di quella bigotta che negli anni ’70 e ’80 colpiva senza pietà qualsiasi mezzo mediatico, musica compresa. Tuttavia, come è noto, le censure sono dure da digerire e provocano atti di ribellione che in questo caso potrebbero ritorcersi verso le stesse minoranze (o maggioranze) che si sentono offese, fino a rischiare la legittimazione di veri e propri atti razzisti e/o omofobi a loro danno. Insomma, forse meglio farsi una risata e accettare qualche insulto a cui si può rispondere che finire per non essere più creduti e addirittura offesi senza poter più replicare. Perché in fondo avvalersi di uno stereotipo per discriminare è chiaramente sintomo di ignoranza ed è più ragionevole prendersela con chi ha commesso tale azione che con una sitcom animata.

Forse se Kondabolu e i protagonisti del suo documentario avessero accolto con una grassa risata le provocazioni di certa gente oggi non si sarebbe arrivati a questo punto.

A tal proposito concludo con una citazione del “Nome della Rosa” di Eco:

Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimo con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini e di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

Cultura, Fantasy, Letteratura

Orchi figli della mitologia norrena? Sfatiamo un mito.

In una calda estate di qualche anno addietro, un amico appassionato di fantasy mi prestò tre libri che in diverse occasioni gli avevano reso più tollerabili le serate afose siciliane durante il periodo adolescenziale. Si trattava della trilogia di romanzi “Orcs” di Stan Nicholls, una serie improntata sulle gesta di una compagine di orchi, curiosamente presentati molto più nobili d’animo rispetto agli esseri umani, spietati invasori al pari dei “Conquistadores” di Cortés.

Un punto di vista interessante che si distaccava notevolmente dal fantasy classico “Sword and Sorcery” dove gli orchi sono in genere barbari e malvagi, e che mi colpì parecchio, facendomi letteralmente “divorare” i tre libri.

Il ricordo di questa serie mi ha fatto venire in mente tutte quelle discussioni sull’origine degli orchi, attribuita a J.R.R. Tolkien, almeno per quanto riguarda il loro aspetto attualmente diffuso nel mondo fantasy.

Per sua stessa ammissione, il padre del fantasy moderno avrebbe attinto parecchio dalla Saga di Beowulf. Ciò ha dato vita a parecchie speculazioni sull’origine nordica degli orchi, assimilandoli ad elfi, giganti e nani, tipici personaggi della mitologia norrena.

In realtà della Saga di Beowulf, copiata attorno all’anno 1000 da monaci amanuensi, non vi è traccia nelle fonti nordiche e ciò fa supporre che il poema sia stato composto sulla base di tradizioni orali con elementi non appartenenti alla cultura norrena. Infatti i mostruosi antagonisti del protagonisti vengono descritti come “Orcnèas” (dal latino Orcus e Nèas, ovvero “Cadavere, salma”), ovvero “Corpi di Orcus”. Ma chi era Orcus?

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Tra le divinità più arcaiche in cui credevano i Romani, vi erano due dei ctonî: Dite (o Dis Pater) e Orco. Dite era il generoso signore del sottosuolo, mentre Orco, di origine etrusca, regnava sugli inferi e le loro anime. Entrambe queste figure vennero in seguito assimilate con il dio Plutone, il quale a sua volta, presso i greci nient’altro era che l’aspetto “generoso” di Ade. Il mito narra che i ciclopi donarono a Plutone, alias Orco, un elmo magico che aveva il potere di renderlo invisibile (vi ricorda qualcosa?).
In epoca imperiale il termine Orcus passò ad indicare non più il dio, ma gli stessi inferi.

Tornando al Beowulf non è un caso che l’eroe, per sconfiggere l’Orcnèas Grendel, debba compiere un viaggio e scendere nell’antro subacqueo, tana del mostro. Oltre al fatto che l’ambiente descritto ricorda molto l’Ade, l’azione dell’eroe scandinavo sembra ricalcare quella dei tanti eroi della mitologia greca e romana, tra cui Enea, che si inoltrano nell’oltretomba, sconfiggono il mostro e tornano vincitori.
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Gli orchi tanto cari alla letteratura fantasy, quindi, non avrebbero origine prevalentemente nordica, quanto piuttosto mediterranea. Gli orchi “originali” sarebbero, quindi, cadaveri animati dal dio Orco, un qualcosa che richiama molto il Re dei Lich di warcraftiana memoria.

Adesso vallo a spiegare ai lettori che i verdi e zannuti orchi sono in realtà gli antenati degli zombie e per di più mediterranei!

Cultura, Internet, Sociologia

Un nuovo inizio

Ed ecco il mio terzo esperimento con i blog.

Dopo Kontemporaneo e Arcadicamente, i cui pochi post finivano puntalmente con lo sviare dal tema principale trattato dal sito, e dopo varie problematiche che mi hanno impedito di scrivere, ho deciso di ricominciare.

Di cosa si parla su Sopravvivenza Culturale? Di tutto ciò che riguarda la cultura, ovvero letteratura, arte, filosofia, musica, con qualche rubrica dedicata all’attualità e a qualche riflessione personale.

Vi starete chiedendo il perché questo blog si chiami “Sopravvivenza Culturale” e se non avete già chiuso la pagina e siete giunti fino a qui, vuol dire che fortunatamente  non fate parte della categoria di lettori di cui sto per parlarvi.

In uno studio condotto nel 2017 dall’agenzia IPSOS Mori, specializzata in ricerche di mercato, l’Italia si è piazzata al dodicesimo posto nella classifica dei paesi più soggetti “pericoli dovuti alla percezione errata che i cittadini di un certo paese hanno rispetto agli avvenimenti che avvengono nella realtà che li circonda“. Ma vi è addirittura un precedente dove, nel 2014, l’Italia era persino riuscita a piazzarsi tra le prime posizioni.

Nello stesso studio l’Italia è riuscita a posizionarsi dodicesima pure nell’utilizzo dei social network, in particolare Facebook. E forse non è un caso.

Uno dei pericoli più frequenti in cui si imbatte una persona ignorante o male informata che utilizza i social è costituito dalle fake news, appositamente divulgate da organizzazioni o singoli individui che hanno come fine ultimo il lucro o il sostegno politico e/o religioso. L’incontro tra l’user ignorante e la fake news può essere devastante. Pensate ai movimenti NoVax o agli scandali politici o ancora alla questione immigrati.

Per questo è di fondamentale importanza costituire un fronte di sopravvivenza culturale, per costituire una difesa solida contro il dilagare di ignoranza e analfabetismo funzionale.

L’apprendimento, l’informazione e la cultura sono l’unica arma di cui disponiamo per evitare il baratro di un’umanità intellettualmente piatta e alla mercé di nuovi dittatori.

Detto questo, vi auguro una buona lettura. Al prossimo articolo.