Se volessimo analizzare per la prima volta la società in cui viviamo, probabilmente ci sentiremmo disorientati: trovarsi di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili e privi di senso logico ci porterebbe ad una valanga di interrogativi. Ad esempio cosa ci spinge ad acquistare l’ultimo modello di smartphone o di auto? Perché le cronache si riempiono sempre più spesso di episodi irrazionali? Cosa provoca una divisione sociale tanto marcata e il susseguirsi di crisi economiche sempre più devastanti, fino alla comparsa di una pandemia pesantemente influenzata da tale irrazionalità?

La risposta è individuabile principalmente in due fenomeni che hanno colpito la società dal XIX secolo fino ai giorni nostri.

Il primo fenomeno da analizzare è la globalizzazione, fenomeno che nasce dall’industrializzazione. L’Inghilterra, potenza egemone, domina i mari di tutto il mondo, seguita da Francia, Olanda, Spagna e Portogallo. L’evoluzione dell’industria consente non solo trasporti più rapidi e veloci, ma anche l’introduzione delle economie di scala, ovvero la produzione standardizzata e in serie di tutta una serie di merci il cui costo viene così considerevolmente ridotto. Le colonie, oltre a fornire merci esotiche e manodopera quasi o del tutto gratis (vedi Belgio), “beneficiano” delle avanzate tecnologie della madrepatria, come la ferrovia. Tutto ciò porta alla liberalizzazione degli scambi commerciali. Questo quadro florido è destinato a scontrarsi con la fine dell’imperialismo inglese e gli sconvolgimenti economici e geopolitici a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Al termine della seconda guerra mondiale, con gli accordi di Bretton Woods, la globalizzazione economica riprende la sua corsa, accelerando tra la fine degli anni ’80 del XX secolo e i primi anni 2000. Questo periodo, segnato da innovazioni tecnologiche come internet, il videoregistratore e la telefonia mobile, vede anche l’introduzione di nuove strategie di mercato come la delocalizzazione delle imprese, che consente di ridurre fortemente i costi di trasporto e le spese di produzione. Infatti la tendenza delle aziende, specie le multinazionali, è quella di delocalizzare in stati dove il costo della manodopera è più basso e la tassazione è minore. A ciò vanno aggiunti i sempre più frequenti fenomeni migratori, sia per ragioni di studio che per ragioni economico-politiche.

La discussione sugli effetti della globalizzazione è ancora aperta e vede contrapporsi un fronte che ne dichiara i benefici per i paesi in via di sviluppo e un altro che ne denuncia i molteplici effetti negativi tra cui l’aumento delle diseguaglianze sociali. La delocalizzazione, ad esempio, se eseguita in modo massiccio e senza le dovute misure sociali, crea disoccupazione nel paese di origine.

Invece i fenomeni migratori, se da un lato, essendo gestiti nel migliore dei modi, portano ad un arricchimento culturale, dall’altro rischiano di produrre intolleranze, conflitti e fondamentalismi, senso di spaesamento. Il sociologo Zygmut Bauman attribuisce ciò alla “compressione del tempo e dello spazio”. Tutto ciò riguarda ogni forma di immigrazione. Turismo, migrazione dei cervelli e migrazioni per cause economico-umanitarie, secondo Bauman, hanno diviso la popolazione mondiale tra i ricchi “turisti” (coloro che possono attraversare il mondo)  e “vagabondi” (coloro che vedono passare il mondo accanto a se senza esserne partecipi). Quasi a voler confermare le teorie di Einsten a livello sociale, la contrazione dei tempi di spostamento ha provocato una riduzione drastica degli spazi, intesi come spazi a cui attribuiamo un significato, generando vere e proprie “guerre per lo spazio” (si pensi al fenomeno dei Writers). Insomma, secondo Bauman, la possibilità di ridurre il tempo di spostamento ha aumentato le disuguaglianze sociali e minato la coesione sociale su scala locale.   

E qui entra a gamba tesa l’altro fenomeno sociale di cui si parlava prima: la società liquida. Una peculiarità della società di massa, frutto dell’industrializzazione, secondo la maggior parte dei sociologi di fine ‘800 e inizio ‘900 (Simmel, Blumer…) è stata il progressivo isolamento da parte dell’individuo, vistosi catapultato da una comunità dove contano le qualità personali e la propria identità a una società caratterizzata da rapporti impersonali, come il contratto, e si trova a condividere quotidianamente gli spazi con altri individui con i quali non intrattiene alcun rapporto personale pur seguendo una regola comune (concetto di “Altro generalizzato”). A titolo d’esempio, basta paragonare gli abitanti di un piccolo villaggio a quelli di un grande condominio in città. Nel primo caso si ha un senso di comunità, di visione comune, ci si conosce sulla base dei rapporti personali e della parentela, mentre nel secondo caso si condividono gli spazi comuni con persone che non si conoscevano prima di ieri, ma si segue un regolamento comune che garantisce una forma di convivenza pacifica. Secondo Bauman [1] tale alienazione è stata esacerbata dalla globalizzazione portando alla perdita di qualsiasi legame “solido” tra gli individui. La comunità, la famiglia, lo Stato, l’ideale, sono tutte solidità che hanno lasciato spazio al vuoto, alla frenesia, alla ricerca disperata di qualcosa a cui potersi appigliare in un mare di individui senza volto. E questa cosa è lo status sociale, l’appropriazione di un ruolo, di un posto nel mondo. Questa fame improvvisa di identità non è passata inosservata agli occhi dei grossi capitalisti, che hanno subito colmato il vuoto con i generi di consumo. Così, dalla fine della seconda guerra mondiale, lo status poteva essere esibito, anche se non realmente raggiunto, dal possesso di beni di consumo. L’automobile, il frigorifero, il televisore sono stati il simbolo di appartenenza a una certa condizione sociale. “Don’t judge me for my car”, cantava Franco Battiato qualche tempo fa, conoscendo, ad esempio, l’ossessione degli americani per le automobili. Questo fenomeno, al pari della globalizzazione, però, è lungi dall’essere passato. La fame sfrenata di consumo con cui cerchiamo di ottenere disperatamente un’identità, ci fa agire al di fuori di ogni criterio razionale, spingendoci fino all’estremo. L’era di Internet e dei Social Network ha ridotto a zero quegli spazi di cui parlava Bauman ed ha paradossalmente aumentato i conflitti, il consumismo e i comportamenti apparentemente irrazionali il cui limite si spinge ogni giorno, ogni ora, ogni secondo sempre più in là.

Ma si tratta davvero di comportamenti irrazionali? Pur apparendoci tali, in fondo non lo sono, o almeno non tutti.  Questo argomento però andrebbe trattato in altra sede, essendo oggetto di studi specifici sulla comunicazione di massa.

A questo punto sorge spontaneo porsi delle domande. Possibile che nell’arco di 80 anni non siano state prese delle contromisure ma ci si è solo limitati a studiare asetticamente questi fenomeni? Nonostante gli studi, le opposizioni, i summit, chi avrebbe potuto fare qualcosa, ovvero gli Stati, non ha mosso un dito e i grossi esponenti del capitalismo mondiale hanno cavalcato l’onda con campagne marketing sempre più sofisticate.  A cosa si deve questo immobilismo statale?

Anno 1978. Quasi un mese prima del sequestro di Aldo Moro, la Direzione Strategica delle Brigate Rosse redige un documento dal titolo “Lo Stato Imperialista delle Multinazionali” (risoluzione strategica n°2, Febbraio 1978). Nel testo si denuncia l’esistenza di una “sovrastruttura” dell’imperialismo costituita dallo Stato Imperialista delle Multinazionali, ovvero l’utilizzo da parte della borghesia di organi sovranazionali come il FMI, la CEE e la Nato per ottenere l’influenza sulle singole nazioni e sostituirne gli esponenti del governo con personale formato ad hoc:

Parafrasando Lenin anche noi possiamo dire che l’imperialismo delle multinazionali è una sovrastruttura dell’imperialismo. Definiamo borghesia imperialista interna quella frazione della classe borghese integrata nel sistema imperialista mondiale ed elemento trainante del processo di ristrutturazione imperialista della nostra area economica e delle relative sovrastrutture politiche e istituzionali. Gli strumenti sovra-nazionali come Fmi e Cee, mediante i quali la borghesia imperialista vuole imporre la sua strategia, acquistano forza ed assumono un potere tale da subordinare gli stati nazionali. Lo Stato nazione diventa cinghia di trasmissione del capitale internazionale… Nelle articolazioni vitali del potere si afferma un personale economico politico militare che è la più diretta espressione dei suoi interessi. Una nuova burocrazia efficiente, intercambiabile, europea non più selezionata e qualificata dalle vecchie scuole di partito ma direttamente dai centri di formazione, dalle Fondazioni, dalle Fabbriche dei cervelli predisposte allo scopo dalle grandi multinazionali”.[2]  

Nonostante il tono a tratti delirante, lo schieramento ideologico e la natura terroristica dell’associazione a cui appartengono gli autori, è possibile individuare una corrispondenza nei governi italiani dell’ultimo decennio, come scritto dal giornalista Lanfranco Pace in un articolo del quotidiano “Il Foglio”.[3]


Sempre nel medesimo articolo, Pace cita un articolo apparso sulla rivista del SISDE, Gnosis [4], dove un’approfondita analisi del Prof. Marconi, si afferma che in fondo le BR avevano una visione non così distaccata dalla realtà come si riteneva fino ad allora.

Possibile, quindi che lo stato non reagisca poiché, in fondo, vi è una forte influenza, se non addirittura una gestione da parte delle stesse multinazionali?

A confermarlo sarebbe uno studio pubblicato dal Prof. John Mikler, docente presso il dipartimento del governo e delle relazioni internazionali all’Università di Sidney, nel suo saggio “The Political Power of Global Corporations” (2018). Secondo un’attenta analisi dei dati, il Prof. Mikler evidenza una marcata connessione tra il potere esercitato dallo Stato e quello esercitato dalle multinazionali:

Guardando la mappa del potere delle multinazionali nel mondo si vede che è come una mappa del potere geoeconomico e geopolitico. Le 500 maggiori multinazionali del mondo provengono da non più di 10 Paesi, e circa il 40-50% di esse viene in primo luogo dagli Stati Uniti, poi dall’Europa occidentale, e infine dalla Cina o da altri Paesi dell’area dell’Asia orientale. A molte discussioni sull’economia globale e i mercati globali sfugge il fatto che c’è uno schema preciso per quanto riguarda il potere economico nel mondo, che è collegato al potere politico e agli Stati. Non accetto l’argomentazione secondo cui le multinazionali sono qualcosa di distinto e separato dagli Stati, per un approccio neoliberista, per il fatto che il mercato e le forze economiche sono più importanti dei governi e della politica. È una storia che ci è stata raccontata per dare a grandi corporation, che in effetti non competono molto tra di loro ma piuttosto controllano i mercati e le persone i cui interessi devono servire, quanta libertà e quanto potere vogliono per poterlo fare. Se si riconosce che il potere delle corporation e quello dello Stato sono strettamente connessi, allora dovremmo domandare ai nostri governi che facciano il loro lavoro e che governino per i loro cittadini, non per gli interessi di una stretta cerchia di grandi multinazionali.” [5]

In conclusione, è evidente come l’assenza di un’autorità regolatoria statale e lo sfruttamento degli studi sugli effetti della comunicazione per scopi di marketing abbia consentito alle corporation di cavalcare un problema che affligge la società da oltre un secolo per biechi fini speculativi, ora mascherandosi, ora uscendo spudoratamente allo scoperto, certi di un’assoluta sottomissione.
In tutto questo la disperazione che ognuno di noi manifesta ogniqualvolta si ritrova alla ricerca spasmodica di un posto nella società, continuerà ad essere ignorata fintanto che non si sarà presa piena coscienza di un fenomeno destinato ad ingigantirsi.
Sarebbe forse il caso di non sorprenderci se prima o poi si scoprisse che oltre alle BR, avevano ragione anche i complottisti sostenitori del Patto Sinarchico

Note

[1] “Consumo, dunque sono” – Z. Bauman, Laterza, 2020

[2] Biblioteca Marxista, Risoluzione della Direzione Strategica n°2 del Febbraio 1978 – http://www.bibliotecamarxista.org/brigate%20rosse/1978/ds78%20sim.htm

[3] “Vuoi vedere che a conti fatti avevano ragione loro?” di Lanfranco Pace, Il Foglio, 09/12/2011 – https://www.ilfoglio.it/articoli/2011/12/09/news/vuoi-vedere-che-a-conti-fatti-avevano-ragione-loro-62530/

[4] “Il Sequestro Moro. Una strategia allo specchio” di Pio Marconi, GNOSIS 3/2005 – http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista4.nsf/ServNavig/5

[5] “Le grandi corporation? Oggi sono attori politici”, Morning Future – https://www.morningfuture.com/it/article/2019/07/01/multinazionali-stato-politica-mercato/628/                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

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