Chi avrebbe detto che un fumettista italiano di periferia, nel senso buono del termine, avrebbe visto approdare una delle sue opere sulla piattaforma di streaming più famosa al mondo e acceso dibattiti a livello globale? Forse nessuno, eppure è successo. Michele Rech, in arte Zerocalcare ha scritto e diretto la serie “Strappare lungo i bordi”, comparsa sul catalogo Netflix il 17 novembre 2021, guadagnandosi la stima di fan vecchi e nuovi, nonché qualche sterile polemica campanilistica. Il fumettista, originario di Cortona, ma romano d’adozione, ha iniziato la sua carriera con un racconto a fumetti delle giornate del G8 di Genova nel 2001, ma il debutto vero e proprio sul campo avviene con la pubblicazione de “La profezia dell’armadillo”, prodotto dal disegnatore Makkox nel 2011. Segue la pubblicazione di numerosi albi, a cura della Bao Publishing, per giungere infine a questo piccolo capolavoro animato che sembrerebbe averlo definitivamente consacrato alla fama del web.  

Ma di cosa parla “Strappare lungo i bordi”? I più superficiali tra voi avranno sicuramente dato peso alla parlata romanesca tipica dei sobborghi romani, in particolare del quartiere di Rebibbia, che fa da sfondo alle vicende del protagonista e i suoi amici. Altri saranno rimasti perplessi di fronte alla comicità un po’ pulp o al turpiloquio e al degrado delle ambientazioni. I più attenti avranno sicuramente individuato la valanga di riferimenti alla cultura pop, ma soltanto i millennials avranno potuto comprenderli appieno. Eppure c’è molto più di questo.

“Strappare lungo i bordi”, come tutte le opere di Zerocalcare, è anche un viaggio introspettivo, che fa rispecchiare ognuno di noi nello sfortunato e ansioso protagonista, è filosofia nichilista che si riflette nel “S’annamo a pijà un gelato?” di Secco, è denuncia del degrado e della superficialità del mondo contemporaneo. Ed è su questo punto che intendo soffermarmi.

Sono molti gli artisti e gli autori che con ironia più o meno amara denunciano la società dei giorni nostri, ma la parlata romanesca e lo stile un po’ canzonatorio non possono che riportare alla mente Trilussa, noto poeta romano, piuttosto che (nota per i settentrionali: non significa “oppure”!) un Gigi Proietti o un Alberto Sordi.

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, non mancò di far parlare di sé quando nel 1889 pubblicò la sua prima raccolta di poesie, “Stelle de Roma”, attirando le critiche e le lodi dei suoi concittadini. Anche in quel caso il principale oggetto della critica fu la parlata romanesca, ritenuta troppo italianizzata dai sostenitori di Giuseppe Gioachino Belli. Proprio come Calcare, Trilussa non mancò di denunciare con satira amara la società dei suoi contemporanei e la scelleratezza dei conflitti bellici.

Un esempio della critica alla politica e alla guerra lo ritroviamo nelle poesie “Ninna nanna de la guerra” e “Nummeri” (o “Dialogo dell’Uno e dello Zero”). La prima denuncia, come è possibile immaginare dal titolo, la malafede di certi sovrani nello scatenare guerre sanguinose, alimentate dai “ladri delle borse”, per poi riappacificarsi come se nulla fosse accaduto, il tutto a spese del “popolo cojone risparmiato dar cannone”. La seconda, invece, scritta nel 1944, fa riflettere sul potere di certi dittatori, ottenuto solo grazie al sostegno di individui la cui capacità di pensiero critico è pari a zero.

Di seguito alcuni versi delle due liriche:

“Fa la ninna, cocco bello,

finchè dura sto macello:

fa la ninna, chè domani

rivedremo li sovrani

che se scambieno la stima

boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti

nun se fanno comprimenti:

torneranno più cordiali

li rapporti personali.

E riuniti fra de loro

senza l’ombra d’un rimorso,

ce faranno un ber discorso

su la Pace e sul Lavoro

pe quer popolo cojone risparmiato dar cannone!”  

Ninna nanna de la Guerra (1914)

“- Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.”

Nummeri (1944)

Lo stesso tema viene trattato da Zerocalcare nell’album “Kobane calling”, sotto forma di un reportage sulla guerra in Siria.

Kobane Calling (2016)

Ma l’assurdità della guerra non è il solo argomento che accomuna i due autori.

Ci sono anche frammenti della quotidianità che esprimono un disagio senza tempo, come il dolore di una ragazza appena mollata dal fidanzato:

“Lei, quanno lui je disse: – Sai? te pianto… –

s’intese gelà er sangue ne le vene.

Povera fija! fece tante scene,

poi se buttò sul letto e sbottò un pianto.

– Ah! – diceva – je vojo troppo bene!

Io che j’avrebbe dato tutto quanto!

Ma c’ho fatto che devo soffrì tanto?

No, nun posso arisiste a tante pene!

O lui o gnisuno!… – E lì, tutto in un botto,

scense dar letto e, matta dar dolore,

corse a la loggia e se buttò de sotto.

Cascò de peso, longa, in mezzo ar vicolo…

E mò s’è innammorata der dottore perché l’ha messa fòri de pericolo”

Dispiaceri amorosi (1899)

Una scena simile (non aggiungo altro per evitare spoiler) è presente anche nella serie “Strappare lungo i bordi” e anche in quel caso la tragedia viene rivisitata in chiave ironica, pur lasciando l’amaro in bocca.

Tuttavia, il secolo che separa le carriere dei due artisti rende più difficoltoso scovare le somiglianze a prima vista.  Zerocalcare descrive il mondo dal punto di vista di una generazione sfortunata e precaria che fa i salti mortali per raggiungere una sorta di normalità e se non ci riesce si rassegna facilmente. Trilussa, invece, non si limita a raccontare la sua generazione ma tratta l’intera società del tempo, usando metafore e allusioni laddove il fumettista di Rebibbia utilizza citazioni della cultura Pop. Entrambi, però, fanno uso di animali, più o meno antropomorfi, per nascondere l’identità di soggetti noti o, viceversa, per generalizzare. Il fruitore odierno troverà naturalmente più interessanti due ragazzine – lepri che fanno una fusione alla Dragon Ball, piuttosto che i triti e ritriti leone e tartaruga delle favole classiche. L’ironia e la satira, però, sono sempre le stesse e continuano a conquistare e a far riflettere chi si approccia in maniera più profonda e sgombra da pregiudizi alle opere dei due autori.

Si potrebbe dunque dire che Zerocalcare è il Trilussa degli anni 2020? Naturalmente non ho le competenze adeguate per poterlo affermare con certezza, ma sono sicuro che se il buon vecchio Carlo Alberto potesse guardare la serie approverebbe.  

4 pensieri riguardo “Zerocalcare è il nuovo Trilussa?

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