Se pensate ancora che gli episodi di Neon Genesis Evangelion tradotti da Cannarsi siano da considerare una triste ma singolare pagina nel panorama della localizzazione italiana, sappiate che siete parecchio fuori strada.

Lo scorso 30 ottobre è stata pubblicata, dalla casa editrice Bompiani, una nuova edizione de “Il Signore degli Anelli”, la trilogia che ha gettato le basi del fantasy moderno. Tale edizione, oltre a sfoggiare una copertina a dir poco insolita (o almeno così appare a chi, come me, era abituato alle stupende illustrazioni di Alan Lee), si distingue per una traduzione dall’inglese del tutto nuova, curata dal traduttore perugino Ottavio Fatica.

Da un nome di tal portata ci si aspetterebbe un lavoro certosino, al passo coi tempi ma contemporaneamente fedele al testo originale, come era stato promesso dallo stesso in una precedente intervista. Tuttavia chi oserà addentrarsi nella lettura proverà esclusivamente un’amara delusione, specialmente chi aveva già letto il romanzo nella sua traduzione precedente, curata da Vittoria Alliata.

Ci si trova sicuramente di fronte ad un’edizione più snella e moderna, sebbene molti termini siano stati tradotti in maniera differente o addirittura lasciati con il nome originale. Hobbiville mantiene il nome inglese Hobbiton e Pipino torna ad essere Pippin (chissà se anche la pronuncia dovrà mantenersi in inglese), mentre il sinistro Monte Fato lascia il posto ad una curiosa “Montagna fiammea”.

Questioni di adattamento…

Sembra strano che un traduttore come Fatica abbia trascurato un passaggio fondamentale al quale è soggetto qualsiasi testo letterario destinato alla localizzazione: l’adattamento.

L’esperienza del lettore italiano che si accinge a sfogliare un testo tradotto letteralmente dall’inglese è totalmente differente da quella di un lettore madrelingua. L’adattamento consente di superare questo ostacolo, mettendo il lettore a suo agio grazie ad uno o più registri linguistici a lui familiari e soltanto quando è necessario dare un tocco esotico ci si può permettere il lusso di non adattare il testo. Prendiamo ad esempio Hobbiton: il nome della capitale della Contea è composto dal termine Hobbit e il suffisso -ton, che null’altro è se non l’abbreviazione di “town“, paese. Ad un lettore inglese risulterà immediato capire l’etimologia del nome, mentre il ragionamento non è così semplice per un non inglese. Per questo in italiano veniva adattato in “Hobbiville“, in tedesco “Hobbingen“, ecc.

Questo ovviamente Tolkien lo sapeva e non è un caso se ha deciso di dare nomi appartenenti ad un registro linguistico familiare al lettore per tutti gli elementi presenti nella Contea: voleva dare la possibilità di immedesimarsi meglio nelle minute creature ricreando un ambiente molto simile a quello domestico da cui partire per avventurarsi in luoghi remoti e inospitali dove le lingue parlate dai locali divengono sempre più complesse ed intricate fino ad arrivare all’oscuro linguaggio di Mordor parlato dagli orchi.

Il fatto che “Monte Fato” (“Mount Doom“) si chiami così non è una banalità: senza spoilerare troppo si può dire che è proprio quello il luogo dove si decide il destino dei personaggi e dell’intera Terra di Mezzo. Il fatto che si tratti di un vulcano non basta a giustificare il più che discutibile nome di “Montagna Fiammea“. Stendiamo un velo pietoso sull’ultimo avamposto elfico di Gran Burrone, che nonostante fosse stato salvato dall’arcaico e cacofonico “Forraspaccata“, ha finito con il ritrovarsi con il nome degno di una casa di riposo, “Villa Fiorita” (Ma quando mai?). Ci sarebbe da ridire anche sull’esilarante “Cavallino inalberato“. Infatti il termine “Inalberato” è troppo tecnico e meno immediato di “Impennato“, ma si può giustificare la scelta del “Cavallino” in luogo di “Puledro” in quanto la prima è la traduzione più corretta dell’inglese “Pony“.

C’è passo e passo

Vi ricordate il tizio che osserva Frodo seduto in un angolo oscuro della locanda di Cactaceo (a cui Fatica muta il cognome in “Farfaraccio“)? Quando gli hobbit protagonisti chiedono al vecchio oste il nome dell’individuo egli risponde “Grampasso“, un appellativo da perfetto agente segreto che la dice lunga sulla natura girovaga dei raminghi, di cui il tipo è un esponente. Peccato che nella nuova traduzione il nome divenga “Passolungo“, per chissà quale arcana ragione. Orecchiabilità a parte, il rischio di un malinteso semantico è incombente dato che nella lingua italiana il termine “passo“, oltre all’incedere, indichi anche un valico o comunque un percorso attraverso una catena montuosa (es: Passo Zingaro). Il lettore potrebbe quindi essere indotto a credere che Passolungo sia un toponimo piuttosto che un soprannome. Tutto ciò non può avvenire nella lingua inglese dove viene utilizzato il sostantivo “Strider“.

Aragorn, capitano dei Forestali

No, non si tratta di uno spin-off della serie tv “Un passo dal cielo“, bensì una perla della nuova traduzione firmata Fatica: i Dùnedain, che nella precedente edizione venivano chiamati Raminghi, adesso hanno assunto il nome di “Forestali“, presunta traduzione dall’inglese “Rangers“. Il traduttore ha giustificato questa scelta portando in causa la fedeltà all’originale, ma stavolta il tentativo di arrampicarsi sugli specchi è evidente.

Vero è che il termne “ranger” può essere tradotto anche come “guardaboschi/guardia forestale“, ma non si tratta dell’unica traduzione possibile. L’Online Etymology Dictionary alla voce “ranger” riporta:

 agent noun from range (v.)). Attested from 1660s in sense of “man (often mounted) who polices an area.”

Ovvero “uomo (spesso a cavallo) che pattuglia un’area per far rispettare l’ordine e la legge“, ed è palesemente questo il senso originale attribuito da Tolkien al termine “rangers” usato per definire gli ultimi superstiti di una civiltà perduta impegnati a difendere le zone dove anticamente prosperavano. Niente a che vedere con le foreste, dunque, mentre è rimarcato il carattere nomade di queste piccole comunità. Quindi Aragorn e la sua gente andrebbero correttamente definiti come “raminghi” che difendono i loro antichi territori e non certamente i nostri solerti “carabinieri forestali“.

La nuova versione della poesia dell’anello

Ciliegina sulla torta, non si poteva proprio evitare di stravolgere anche la poesia dell’anello. Per concludere, lascio al lettore il giudizio su questa nuova versione.

Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo,

Sette ai Principi dei Nani nell’Aule di pietra,

Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele,

Uno al Nero Sire sul suo trono tetro

Nella terra di Mordor dove le Ombre si celano.

Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,

Uno per radunarli e al buio avvincerli

Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.

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